Si guida in mezzo ai campi, si supera una curva e all'improvviso compare: una facciata a strisce bianche e nere, alta e sottile, con un campanile che le sta accanto come una torre di guardia. Intorno non c'è quasi nulla. È la scena che si ripete più volte nell'entroterra sassarese e che rende il romanico sardo un'esperienza diversa da quella di altre regioni: qui le grandi chiese medievali sono quasi sempre isolate in campagna.
Perché proprio qui, e perché così
Fra XI e XIII secolo la Sardegna era divisa in quattro giudicati, stati sovrani e autonomi. Il giudicato di Torres, che copriva tutto il nord-ovest, aprì le porte agli ordini monastici della penisola e alle repubbliche marinare, in particolare a Pisa. Con i monaci arrivarono cantieri, modelli architettonici e maestranze pisane e toscane, che portarono nell'isola un linguaggio preciso: paramenti in conci squadrati, archetti pensili, logge cieche e soprattutto la bicromia, l'alternanza di filari di pietra chiara e scura.
Quella bicromia non è un capriccio decorativo: è il risultato dell'uso di quello che il territorio offriva. Calcare bianco e basalto nero, oppure calcare e trachite scura, cavati a poca distanza dal cantiere. Il fatto che oggi queste chiese siano sole in mezzo ai campi si spiega invece con la storia successiva: molti villaggi medievali furono abbandonati fra Tre e Quattrocento e alcune diocesi vennero soppresse all'inizio del Cinquecento, lasciando in piedi solo l'edificio più solido.
Saccargia, il monumento simbolo
La basilica della Santissima Trinità di Saccargia, nel territorio di Codrongianos, è a circa 30 km da Tula ed è il punto di partenza naturale di qualsiasi itinerario. Il condaghe, il registro dell'abbazia, indica il 1116 come anno della consacrazione, mentre il complesso risulta già fra i possedimenti dei monaci camaldolesi dal 1112: non fu costruita dal nulla, ma su un edificio di culto preesistente e in più fasi di cantiere.
All'esterno colpiscono l'alternanza rigorosa di calcare bianco e basalto nero, il portico che precede la facciata e il campanile quadrangolare, alto circa quaranta metri, fra i più imponenti del romanico isolano. All'interno c'è però la cosa più preziosa: il ciclo di affreschi absidali della seconda metà del XII secolo, opera di una bottega di scuola pisana. È l'unico ciclo di pittura murale romanica conservato per intero in Sardegna, ordinato su fasce sovrapposte, con il Cristo in mandorla fra angeli e serafini e, sotto, le scene evangeliche: l'Ultima Cena, il bacio di Giuda, la crocifissione, la sepoltura. La pagina dedicata è qui.
Le altre chiese del Logudoro
Sant'Antioco di Bisarcio sorge su un rilievo isolato nella campagna di Ozieri, verso la piana di Chilivani. Il cantiere cominciò a metà XI secolo, un incendio danneggiò l'edificio intorno al 1090 e la riconsacrazione avvenne attorno al 1153. È costruita in trachite scura di cave locali e conserva un elemento senza paragoni nell'isola: un portico a due piani, aggiunto agli inizi del XIII secolo, con tre arcate al livello inferiore e, sopra, alcuni ambienti fra cui la cappella privata del vescovo. Fu infatti cattedrale della diocesi di Bisarcio, documentata dal 1065 fino alla soppressione, all'inizio del Cinquecento.
San Pietro di Sorres, a Borutta, sta su un colle calcareo che domina il Meilogu. È romanico pisano del XII-XIII secolo, ed è forse il caso in cui il gioco bicromo raggiunge la massima raffinatezza: conci di calcare bianco alternati a pietra scura, con logge, archetti e rosoni che articolano tutta la facciata. Anche questa fu cattedrale, della diocesi di Sorres, e anche questa perse il suo ruolo all'inizio del Cinquecento; dalla metà del Novecento è officiata da una comunità benedettina, diventata abbazia nel 1974.
Nostra Signora di Castro, nella campagna di Oschiri, è la più raccolta delle quattro e la più vicina al nostro paese. Fondata dai giudici di Torres nella seconda metà dell'XI secolo e consacrata nel corso del XII, deve il suo colore ai blocchi di trachite rossa con cui è costruita. Ha una sola navata e un'abside semicircolare rivolta a oriente, e fu la cattedrale della diocesi di Castro, anch'essa soppressa nel Cinquecento. Resta meta del pellegrinaggio annuale degli abitanti di Oschiri.
Come organizzare l'itinerario
Quattro chiese in un giorno sono fattibili ma faticose; noi consigliamo di dividerle in due mezze giornate, tenendo Saccargia da sola per darle il tempo che merita. Le distanze fra un monumento e l'altro sono brevi e le strade sono panoramiche, ma l'auto è indispensabile: nessuno di questi edifici sta dentro un centro abitato.
Un'avvertenza pratica vale per tutti: gli orari di apertura variano con la stagione e alcune chiese si visitano solo in determinate fasce oppure su accordo con chi le custodisce. Prima di partire conviene sempre controllare i canali ufficiali del Comune o dell'ente che gestisce il sito, ed evitare le ore centrali d'estate, perché la pietra scura restituisce calore per tutto il pomeriggio.
Da Tula questo itinerario è comodo: Saccargia è a circa mezz'ora e le altre chiese ricadono tutte nel raggio di una gita in giornata, senza dover cambiare alloggio. Chi soggiorna da noi parte dopo la colazione e rientra la sera, e trova le altre mete che consigliamo nella pagina dintorni.
Un itinerario romanico che parte da casa nostra
Saccargia dista da Tula circa 30 km, e le altre chiese del Logudoro si raggiungono nella stessa giornata. Da noi si parte dopo colazione, con il parcheggio proprio davanti casa.